Plexus. Pensare un sogno.
E’ un camaleonte, Plexus. Che non è un movimento ma si muove e basta ti sfiori una volta e sei dentro per sempre, che è nato in America da padre sardo e conta adepti non sempre consapevoli in Senegal e in Australia, a Roma e Gavoi. Ovvero quasi nell’universo mondo. Parla di un triangolo Sandro Dernini, con i vertici tra Australia, Africa e USA ma Plexus somiglia a una figura geometrica molto più accidentata. Ha molti angoli, derivazioni e deragliamenti. Conta un numero notevole di eventi con regolare titolo, data e luogo, eventi responsabili di molteplici effetti collaterali. Conta un numero notevole di artisti mai divisi tra maggiori o minori: tante volte è bastato spostare un bastoncino, distendere una vela o fare un mucchietto di cenere per essere Plexus. Per sempre e comunque. Rettile consapevole, il serpente Plexus, di dover cambiare pelle dagli anni Ottanta al post Duemila. Al principio ci fu il cross tra community e art- scienze. Svaporato nei velocissimi decenni seguenti e approdato a un argomento- concetto di straordinarie implicazioni: l’erosione. Sarà che intanto sono invecchiati, sarà la coscienza della malinconica perdita di identità (dal cibo ai cervelli) ma l’erosione misurata col metro alla Maison des Esclaves di Gorè è anche l’erosione di piccole consistenti perdite individuali e universali. Sale l’oceano sulla tragica doppia scala della Maison des Esclaves, la Porta del Non Ritorno dove i neri negrieri varavano le navi piene dei futuri afroamericani che avrebbero inventato il jazz. Sale l’oceano e corrode ogni anno alcuni centimetri di storia e di anime. Ha usato tante metafore Plexus e operato altrettante metamorfosi. Ha prodotto una comunità fratta e ondivaga, nutrita di entusiasmi momentanei e odi eterni, ammirazione e disprezzo, noia e passione. Ma, come scrivono sui muri, Plexus vive.
La sua definizione non si trova in nessuna enciclopedia: nato nel 1982, in un loft di Chelsea e presto trasmigrato in un basement bruciato di East Lower Side, nella parte bassa di New York City. Parto travagliato, storicizzato da Sandro Dernini, due lustri dopo, nella dissertation di un Ph.D discusso alla New York University. Battezzato con un lungo nome “un viaggio metaforico e mitico a bordo della nave degli schiavi dell’arte”. Immediatamente liberati, almeno quelli, perché ignorano il mercato, i vernissages e quasi sempre i critici. Partito dalla compressione ovvero l’estrema sintesi di concetto e oggetto, arriva, per adesso, a studiare (e combattere) l’erosione.
In pratica da un ramificato simbolismo alla constatazione di un impoverimento complessivo e non solo materiale. Navicelle nuragiche, simulacri dei nativi americani, maschere tribali, lattine carpite ad Andy Wharol, statue di Buddha, tutto è stato compresso dentro la Black Box, una scatoletta nera come quella degli aerei dove conservare miti, culture, radici. Navigazione che ha utilizzato una nave vera, la corallara Elisabeth, rugginoso natante con la stiva piena di quadri e sculture e la tolda teatro di partecipati hapenning.
“In order to survive” era la rotta iniziale”: non è cambiata e ha continuato a utilizzare il bellissimo logo disegnato da Fred Toller, a stilare manifesti, a organizzare feste che si trasformano in rituali. Carattere metropolitano, gente di città. Pittori e musicisti, scrittori e scienziati, cattedratici e danzatori, poeti e grafici che si incrociano al Nuyorican Poets Cafè, in Lower East Side, con cantori spanglish come Miguel Algarin e Pedro Pietri.
Tutti presi dal respiro o dalle spire di Plexus. Sincretismo celebrato in indimenticabili e effimere performances e installazioni, momenti che raramente lasciano dietro di sé oggetti concreti ma producono una sorta di polvere magica che si attacca dappertutto.
E’ la co-opera il diktat di quegli anni, un lavoro senza firme singole in una collaborazione utopica ma spesso efficace, documentata da foto e video come se fosse land art. Così la romita Sardegna portò N.Y.C. i suoi bronzi mediterranei e le sue pietre dei giganti.
Trent’anni separano le Culturas Unidas Aspiran Nuestro Destino Original al metro che misura la scomparsa, da bradisismo ineluttabile, della Porta della Casa degli Schiavi di Goreè. La navigazione, per quanto a zig zag è approdata al punto di partenza. Professori universitari si sono incontrati con gli squatters che occupano le case abbandonate e in odore di demolizione e piantano fiori nel terreno, danzatori hanno danzato sui diagrammi dei matematici e fisici, per un’altra delle premesse scommesse di Plexus; trovare il contatto tra arte e scienza, individuare quanto di creativo ci sia nei calcoli e quanto di scientifico nelle fantasiose arti. Una galassia che non distingue gli insider dagli outsider ma inghiotte protagonisti e spettatori e anche chi passa e di solito si ferma. Forse perché elastico, Plexus è anche longevo. Venticinque anni sono tanti per l’arte contemporanea Resiste chi cambia e si libera di vecchi termini e vecchi stilemi e non coltiva la nostalgia ma la curiosità.Monna Lisa, i Celti, Goya, Eva (quella cacciata dal Paradiso), nuraghi, tepee, frattali, lo Zio Sam e Lorenzo dei Medici, il Minotauro. C’è un’estetica dei contenuti in Plexus che spesso, non sempre, si è trasferita su un’estetica degli oggetti. Opere interessanti fatte da artisti interessanti. Bravi, probabilmente, anche fuori da Plexus ma comunque accesi dalle sue fiamme serpentine. Dai movimenti ondulatori, qualche volta sussultori, che non cercano il mondo dell’arte ma l’arte del mondo.
Alessandra Menesini